Ordine Secolare Francescano - Montughi

Testimonianza di Alvaro e Daniela









L’idea di andare nella Repubblica Democratica del Congo (di seguito Congo), a fare un po’ di volontariato in ospedale, mi è cresciuta dentro a partire dai racconti di alcuni colleghi che erano andati ad organizzare il servizio trasfusionale della pediatria “mamma Coco” a Kimbondo diretta da Padre Hugo. In seguito mi sono iscritto all’associazione “Grazie a piene mani” che per l’appunto si occupa di solidarietà cristiana verso il Congo…. “dai vieni in Congo!” Dice Daniela la fondatrice. C’era la voglia di fare un po’ di bene ai fratelli in sofferenza, il desiderio di conoscere, di osservare, di rendersi conto, di trasmettere l’esperienza accumulata in anni di lavoro. E’ così che, sbrigate le non poche pratiche burocratiche, sono volato in Congo. L’impatto è molto duro. Già usciti dall’areoporto si affollano intorno persone che vogliono portarti… la valigia. Bisogna fare attenzione. E’ necessario avere qualcuno di fiducia che ti venga a prendere. Sono rimasto pochi giorni a Kinshasa, la capitale, poi mi sono spostato fino ad un suo sobborgo distante trenta chilometri, Kimbondo, sede dell'ospedale. Lungo le strade ci sono case ben costruite e palazzi ma a balzare agli occhi sono le tante casupole aggregate in favelas. Frequentemente si osservano alte mura sormontate da filo spinato che delimitano spazi occupati da edifici di una qualche importanza. Le strade sono insicure: nella maggior parte della città non è pensabile per un “bianco” fare due passi a piedi. Il fondo stradale è molto malmesso nelle strade secondarie mentre nelle principali i marciapiedi sono occupati per tutta la loro profondità da negozi, baracche e semplici tettoie in cui si vende di tutto, da un mucchietto di carbonella ai mobili, agli alimenti, ai vestiti. Cambiavalute e giovani venditori ambulanti, di schede telefoniche, di acqua in bustine monoporzioni, di uova, di pane e di qualsiasi cosa, si infilano continuamente tra un’auto e l’altra quando il traffico rallenta o si ferma: è la valvola di salvezza per la sopravvivenza della povera gente. Il traffico è spesso caotico e a volte si formano ingorghi mostruosi. Moltissime auto sono vecchie e malmesse, bruciano olio il cui odore ammorba l’aria. Non esistono trasporti pubblici: alcuni furgoncini privati di colore giallo ed addirittura delle moto, offrono un servizio a pagamento, caricati fino all’inverosimile. Dovunque plastica, cartacce e rifiuti. Ogni tanto nei vestiti, nelle auto e nelle case, si vede un contrastante lusso. Le strade sono piene di bella gioventù: i giovani sono assolutamente prevalenti. Si arriva all'ospedale: si trova sul pendio di un'alta duna sabbiosa, ricoperta di vegetazione per le piogge che la irrorano. L'ospedale è come me l'aspettavo: dei lunghi padiglioni ad un piano. Incontriamo Padre Hugo, un uomo semplice dal sorriso accattivante, sacerdote e medico in Congo da più di trent'anni. Andiamo a vedere i bambini: ci sorridono e si aggrappano a noi perché vogliono essere presi in collo: è molto bello contentarli in qualche modo. Vorresti prenderli in collo uno per uno, vorresti viziarli, vorresti dare anche più di quello che puoi dare. Pensi “se li ho resi felici anche per qualche minuto, avrò fatto qualcosa di buono e Dio sarà contento di me”. E questa è la cosa più bella di Kimbondo: ti saltano addosso durante la messa domenicale uno su di una gamba ed uno sull'altra e ne devi abbracciare altri due; sono allegri, disordinati, si sdraiano per terra, giocano ma non disturbano affatto... direi che sono la parte più importante, bella spontanea e vera, concelebrano festosamente, sono la ragione ed il collante di tutto ciò che c'è intorno, persone e cose... e poi c'è Jules... mi sono un po' innamorato di Jules e mi ha accompagnato fino all'areoporto. Jules ha circa nove anni ed è focomelico. Gli mancano le braccia... ma è Jules che suona la campana della chiesa: con la bocca si attacca alla corda e tira e tira finché la campana non suona a distesa… Jules fa festa!!! Partecipa alla festa più di tutti e poi viene a sedersi sulle ginocchia. Grato dell'accoglienza, di un sorriso, di una carezza, vuol darmi una mano e... insiste... prende il mio quaderno stringendolo tra la testa e la spalla e mi accompagna al servizio trasfusionale; anche gli altri giorni fa lo stesso con le bottiglie d'acqua: e io penso a Monza dove hanno trapiantato le mani; “forse quando sarai grande si potranno trapiantare le braccia o forse a Pisa produrranno un arto bionico.... già ci son riusciti con la mano... su, diamoci da fare, io son qui per i bambini ma non sto con i bambini, io lavoro in quella ridotta nascosta che si chiama Centro sangue”. Il Centro sangue è accanto al Pronto Soccorso: ed ecco sotto una tettoia posta a fianco dell'ospedale, sedute in terra, tante donne con i loro bambini, che pazientemente aspettano. Entro: il Dr Christof, un biologo, è il capo della squadra; poi ci sono i tecnici Irene, Mine, André, Kris e Theophile. Col mio francese scolastico ci intendiamo; diverso quando parlano lingala, la lingua in uso nel posto. Sono interessati alla mia vita, a “Poto”, una deformazione di “Portogallo”, che è il termine con cui, generalizzando, indicano l'Europa. Vogliono sapere tutto: scuola, sanità, quante volte si mangia, rimarcano le differenze. Gli mostro le foto di famiglia... una festa di compleanno dei nipotini.... si vede che guardano la nostra abbondanza con l'occhio un po' rancoroso di chi non si sa spiegare perché “a noi no”. Stanno di guardia 24 ore su 24 e con un'attrezzatura veramente minimale, affrontano il più grosso problema sanitario dei bambini del posto: l'anemia. Più della metà degli accessi al pronto soccorso è per questa patologia ma per la diagnosi non si può fare nemmeno l'emocromo. L'apparecchio è senza reattivi da tre anni: c'è solo una centrifuga da microematocrito. L'unica terapia possibile è la trasfusione. Per fortuna la povertà, come dovunque nel mondo, stimola la solidarietà ed il sangue non manca: ci sono tanti donatori. In primo luogo i familiari dei piccoli pazienti ma poi anche molti volontari anonimi e gratuiti. E' una bella cosa, una ricchezza che testimonia che c'è un tessuto sociale, un senso di bene comune da cui si può partire per un Congo che affronta i suoi problemi, per un ospedale che cresce. Le risorse per la gestione del sangue e per la compatibilità sono però minimali. I frigoriferi ci sono e ben funzionanti ed il sangue è conservato alla giusta temperatura ma il resto... un agglutinoscopio da cui si prende la scossa, un microscopio scrostato ed incrostato, un bagnomaria a 37 gradi ed una centrifuga vecchia e troppo lenta. Con questi strumenti ed i pochi reattivi disponibili si controllano solo gli antigeni del sistema ABO ed Rh[D] del paziente e del donatore. Purtroppo alle volte le trasfusioni risultano inefficaci. C'è molta approssimazione. Io li seguo nel loro serio lavorare e cerco di far presente: ”Se fai così…........ attenzione qui si aumenta il rischio....”: c'è molta voglia di continuare a fare come si è sempre fatto. Effettivamente le risorse sono poche ma non è solo una questione di risorse. Ci sono persone che hanno dentro del fuoco e che vedi potrebbero fare bene, ma a prevalere è il senso di rassegnazione, il fatalismo, la passività, la poca cura, un'affermazione di identità orgogliosa ma sterile. Talvolta dicono: “Noi neri facciamo così” ed io, parafrasando le parole di un vecchio film gli dico “dobbiamo smettere di sentirci nero o bianco, dobbiamo sentirci e pensare da uomini”. Sì, perché siamo veramente fratelli, figli della stessa madre e dello stesso padre. Ventotto giorni sono pochi, ma l'esperienza è stata veramente intensa: tutto ti scava dentro, tutto chiede risposte: perché questa situazione di grande disagio, perché il paese che è veramente il più ricco del mondo è il più povero del mondo, perché per esempio gli insegnanti pubblici non ricevono lo stipendio e così via? E... rischi di dare dei giudizi, ma dentro di te li senti inadeguati, Iddio ti fa percepire l'errore. E' difficile trovare la verità. Veramente solo la Santissima Trinità legge il cuore dell'uomo. Una prima cosa la voglio dire: credo che un mesetto in Congo farebbe bene a tutti perché tutto sarebbe visto con una luce diversa. Con quanta superficialità ci poniamo di fronte ai beni che sono a portata delle nostre mani: le nostre tavole imbandite, più pasti al giorno, cambiare cibo ogni giorno, l'acqua quando si ha sete, la casa in cui abitare, la sanità e l'istruzione accessibili; cose a cui non facciamo nemmeno più caso. Ringraziamo poco Iddio! Dovremmo utilizzare tutti i suoi doni con responsabilità, come i “doni sacri”, che in realtà sono: dono di Dio e del lavoro, del sudore, dell'impegno della sofferenza e della rinuncia nostra e soprattutto dei nostri padri. Il Congo è terra da guarire, (oddio a pensarci bene anche noi) eppure possiamo e dobbiamo dare una mano, che non sempre vuol dire una carezza .....ed allora giudizi no ma voglio ripensare alla storia per vedere se ci si può capire, se si può versare vino ed olio nelle ferite di tutti ed amarci fino in fondo. Eravamo un popolo solo, dalla pelle scura, tutti discendenti di un'unica coppia, quando alcuni, si allontanarono dall'Africa perché non c'erano più frutti da raccogliere né animali da cacciare; si incamminarono verso nord e furono costretti ad imparare nuove tecniche per vivere. Là, in Africa, in quel paradiso terrestre da dove venivano, non c'era bisogno di darsi tanto da fare: bastava allungar la mano verso una radice o un frutto da raccogliere, catturare un'animale e tutto era fatto. Invece, migrazione dopo migrazione, realtà diversa, sconosciuta ed ostile, dopo realtà diversa, sconosciuta ed ostile, i nostri padri dovettero ingegnarsi a trovar cibo in luoghi nuovi con modi nuovi e impararono a lavorare: si sa, “il bisognino fa trottar la vecchia”. Sono state apprese sempre nuove tecniche ed anzi, il lavoro e l'ingegnosità sono diventati un valore positivo: la coltivazione delle granaglie ci ha fornito cibo da conservare ed abbiamo imparato a preoccuparci del domani. L'aver da gestire per vivere, grandi fenomeni naturali come le piene dei grandi fiumi, ci ha fatto riunire in realtà statali più vaste e complesse, insegnandoci a preoccuparci prima di tutto del bene comune. Con Gesù il lavoro è diventato una forma dell'Amore. Il sudore della fronte versato per la vita di tutti che si fa sacro sull'altare, il partecipare all'opera creatrice di Dio, un bisogno spirituale, un dovere: “Chi di voi non vuol lavorare neppure mangi”. Ancora per gli antichi romani il lavoro era una cosa possibilmente da schiavi e lodavano l'ozio: per noi rappresenta “il padre dei vizi”. I nostri fratelli che sono rimasti in Africa, dove di lavorare c'era pochissimo bisogno, non hanno avuto questi stimoli e non hanno sviluppato una cultura ed una spiritualità centrata sul lavoro e sul costruire per il domani. L'importante era l'oggi: perché preoccuparsi del domani, “senza nulla o poco fare, domani ci sarà un altro frutto da cogliere ed un altro animale da catturare”. Così, separati dal mare e dal Sahara ci siamo persi di vista e la nostra pelle giorno dopo giorno si è schiarita perché non era più vantaggioso avere la pelle scura dove non ci sono raggi di sole da cui proteggersi. La pelle chiara al contrario permette di catturare quei pochi raggi di sole disponibili sia per la fissazione del calcio che per riscaldarsi. La verità è che noi non siamo dei bianchi, siamo piuttosto dei negri sbiancati...Questo è stato per millenni. E queste storie così diverse hanno plasmato, oltre alla pelle, anche la psiche nostra e dei nostri fratelli africani; per questo anche se ormai da secoli ci siamo rincontrati, alle volte stentiamo tanto a capirci: cose a cui loro non danno peso, per noi sono importanti e viceversa. Loro sono attratti dalla nostra tecnologia come noi lo saremmo da quella degli extraterrestri capaci di piegare lo spazio-tempo ma, al contempo, sono stufi di dover sempre stare a rincorrere e a impegnarsi su cose sempre nuove cose che vengono importate/imposte dal di fuori. Nel profondo del cuore c'è forse il sogno di un impossibile ritorno al passato: “si stava così bene prima, senza quei rompiscatole degli europei, nel villaggio a fare una vita semplice e tranquilla”. E noi, spesso, nei loro confronti, siamo altalenanti tra il senso di superiorità (fino al razzismo ed al disprezzo) e quello di colpa. Noi lì subiamo anche un fascino particolare, si chiama “Mal d'Africa”. Per me la parte più profonda della nostra anima lì si sente a casa. Nell'incontrare gli africani ciascuno di noi incontra una parte profonda del suo spirito: una parte sommersa da millenni di crescita in un'altra direzione; questa parte riemerge, non più sola. Nel contempo ci si sente dei catalizzatori utili, capaci di poter fare del bene e di donare una visione che può far fruttificare. Noi europei abbiamo portato la fede e questo è un grandissimo dono ma nel rapporto tra noi e loro pesa veramente molto la schiavitù. In questo grande peccato in cui noi e loro siamo stati i carnefici e loro anche le vittime, noi, i cristiani fatto grave, siamo i più colpevoli perché abbiamo indotto i capi locali a peccare: questi hanno acconsentito fornendo della povera gente come merce. Questo è durato per tre secoli ed è stata l'economia dominante della regione ostacolando lo sviluppo di altre attività. Ne è venuto fuori un danno grandissimo di cui ancora oggi si vedono le conseguenze: non solo la schiavitù ma soprattutto si è generata una classe dirigente pronta a vendere il proprio popolo e le sue risorse per lucro personale; e il popolo, da questa classe dirigente, ha preso solo dei cattivi esempi. Dall'altra, gli europei non si rivolgono all'Africa con quella pazienza, quell'amore e quella fermezza che sarebbero necessari: il procurarsi materie prime al costo più basso possibile, tenendo buona una popolazione con dei grandissimi problemi, spesso è stato l’unico nostro modo di relazionarsi con loro. Questo credo sia il motivo per cui il Congo che è il paese più ricco al mondo, è forse il più povero e la sua storia ed il suo presente sono pieni di dolore. Ma il mondo è sempre stato e lo è ancora di più, uno solo. Se dei cattivi europei hanno incontrato dei cattivi africani ed hanno generato una cattiva storia di rapina e di dolore ed un presente in cui si rischia di perdere la speranza, è necessario che dei buoni europei e dei buoni africani si incontrino per generare una buona vita di pace e di prosperità.... bisogna metterci anche americani, indiani, arabi e..... Cinesi... ce ne sono in quantità. Ah e poi una nota di colore, ho mangiato bruchi…. insomma…e termiti al peperoncino: croccanti! La birra è buonissima ed altrettanto buono il cacciucco di pesci di fiume. Poi una pensiero patriottico: i volontari italiani portano allegria. Ne sono arrivati un bel gruppo e subito la cena si è trasformata in una festa: parmigiano, salame, birra e risate. Prima, quando eravamo con Francesi, Belgi e Spagnoli c’erano solo silenzio e discorsi importanti. Tutti mi chiedono: “è stato bello il Congo?”. Bello è essere tornato con la voglia di continuare a dare una mano. Diamo una mano al Congo ed a tutti quelli che ne hanno bisogno, sia con l'aiuto diretto che, soprattutto, con l'esempio dell'onestà e del lavoro; ci sono germogli di speranza che meritano di essere coltivati e che aspettano il nostro aiuto: il sorriso dei bimbi, le madri che tenacemente portano i loro bambini anemici a trasfondere, Padre Hugo che dirige Kimbondo da tanti anni, il tecnico che si entusiasma per la pubblicazione che gli ho donato, i donatori di sangue, il Centre de santè Mirko Mori che tre anni fa abbiamo fondato a Kinshasa e che funziona bene, Don Jean Piere (un sacerdote congolese che dirige una parrocchia ed una scuola agraria nel Kasai), il Centre de santé “Maria Cristina Ogier” che abbiamo in progetto di costruire a Nkongolo Monji, le tante donne e uomini che in Congo vivono, e lottano e sperano. Bisogna essere perseveranti, non bisogna scoraggiarci. Tante cose ci sarebbero da scrivere che non ho detto ma voglio concludere con due “no” ugualmente importanti: no al razzismo e allo sfruttamento, no al buonismo e alla commiserazione! Ma anche con un si: si al lavoro onesto! Il male che riaffiora deve essere cancellato con il bene da noi seminato con il Signore Gesù e la gente di buona volontà che è in Congo. Pace e Bene Alvaro Ringressi Francescano Secolare







Viaggio in Congo 2019 (20 febbraio - 15 aprile) “un popolo senza memoria è un popolo morto" 30 giugno 1960 Sovranità Nazionale, giorno dell'indipendenza discorso di Patrice Emery Lumumba rendere questo 30 giugno 1960 una data illustre che terrete indelebilmente impressa nei vostri cuori, una data che insegnerete orgogliosamente il significato ai vostri figli, così, a loro volta, renderanno noto ai loro figli e nipoti la gloriosa storia della nostra lotta per la libertà. Nessun congolese degno di questo nome dimenticherà che solo attraverso la lotta fu conquistata la nostra libertà , una lotta di tutti i giorni, ardente e idealista, una lotta in cui non sono stati risparmiati né le nostre privazioni, né le nostre sofferenze, né il nostro sangue.Una lotta che fu di lacrime, fuoco e sangue, una lotta essenziale per porre fine all' umiliante schiavitù imposta a noi con la forza. Per 80 anni abbiamo vissuto il dominio coloniale, sottomessi ad un impegnativo lavoro richiesto in cambio di salari che non ci hanno permesso di mangiare, di vestirci o di avere case decenti, o di crescere i nostri figli come persone. Abbiamo conosciuto le ironie, gli insulti, i colpi che dovevamo subire mattina, mezzogiorno e sera, perché " negri." Come dimenticare il "tu" che ci veniva dato perché l'onorevole "Voi" era riservato solo ai bianchi! Abbiamo saputo che la legge non è mai la stessa, a seconda che si tratti di un bianco o di un nero, accomodante per gli uni, crudele e inumana per gli altri. Abbiamo conosciuto le atroci sofferenze dei relegati per opinioni politiche o credenze religiose: esiliati nella loro stessa patria, con un destino molto peggiore della morte stessa...... Chi dimenticherà, infine, le sparatorie in cui sono morti per la vita tanti nostri fratelli, o le carceri dove furono brutalmente rinchiusi quelli che non volevano più sottomettersi al regime di una giustizia fatta di oppressione e sfruttamento!.......... Mostreremo al mondo ciò che l'uomo nero può fare quando lavora in libertà e faremo del Congo il centro d'influenza per tutta l'Africa. Faremo in modo che le terre della nostra patria avvantaggino davvero i suoi figli......... Quindi, il nuovo Congo che il mio governo creerà sarà un paese ricco, libero e prospero........ " Questo è il discorso, nelle parti salienti, che il leader Lumumba pronunciò nel giorno dell'indipendenza del Congo il 30 giugno 1960... Nonostante tutte le premesse per un Congo migliore, nulla è cambiato e ancora oggi troviamo purtroppo un popolo sottomesso, oppresso e sfruttato da un regime totalitario che si reputa democratico. Sono tornata dopo tre anni di assenza a causa della guerra civile e sono riuscita a soggiornare nei luoghi dove si svolgono i nostri aiuti per circa due mesi ed ho appurato più degli altri anni che la loro vita è totalmente mancante dei diritti più elementari. Ogni giorno uomini, donne e bambini devono affrontare enormi difficoltà per espletare le mansioni più semplici in quanto non vi è nessuna struttura pubblica esistente come scuole o ospedali che funzionino. Non esiste una rete viaria e la mancanza di approvvigionamenti come acqua, scorte di cibo e medicine rende tutti i giorni più forte le ingiustizie e una schiavitù, non fatta più di catene ai piedi,ma che ugualmente costringe le persone ad essere asservite agli interessi di pochi amplificando povertà e disperazione. Vorrei urlare tutta la mia rabbia per il mancato riconoscimento di ogni minimo diritto e per le atroci guerre che portano solo altre sofferenze. I due mesi sono passati in fretta, si sono alternati momenti di dolore a momenti di grande felicità: i racconti sulle atrocità di questa ultima guerra civile, le violenze e le uccisioni di massa subite dalla popolazione, hanno riaffermato in modo autoritario l'importanza di chi è ricco nei confronti dei diritti di un intero popolo. Rimangono le immagini e i suoni degli attimi vissuti: i nostri bambini, le mamme del villaggio, le galline avute in regalo, il "mwa mbuy"( mamma di tanti figli ) come sono stata chiamata, gli abbracci, i baci, le strette di mano, i visi conosciuti e i nuovi che si sono aggiunti.... i canti nelle scuole, in chiesa, la vita che ho visto nel suo " nascere " e nel suo "morire," la felicità per un paio di scarpe nuove, per un pallone o per un vestito nuovo. Felicità negli occhi dei ragazzi indossando le maglie donate dall' Audax Rufina e così per un momento sentirsi campioni...e giocare la partita come "campioni" Oggi tutto questo lo conservo nelle foto, nella mente e nel ......mio cuore, in attesa di ritornare una di loro perchè così ti fanno sentire, così ti accolgono come una luce di speranza,sapendo che tu sei li per loro senza altri interessi ,per come sono, per quel nulla che possiedono ma ,ugualmente donano...... "Io credo, continuo a credere nonostante tutto, che in fondo al cuore gli uomini sono ancora buoni" (Anna Frank) Per l’Associazione Onlus "Grazie a piene mani" Daniela